Relazione sul seminario “Riflessioni, metodi e interventi per la prevenzione del bullismo a scuola”

Gli episodi di bullismo sempre più frequenti preoccupano gli enti preposti al suo monitoraggio e in particolare l’Osservatorio regionale permanente.
Prima di tutto bisogna fare una distinzione tra fenomeni indicatori del disagio relazionale e quelli che invece per determinate caratteristiche si configurano come atti di prevaricazione protratti nel tempo intenzionalmente da uno o più compagni (Olweus).
Prima dell’età di 6-7 anni non si può parlare di bullismo perché la personalità del bambino è in evoluzione costante e alcune manifestazioni dimostrano soltanto un campanello d’allarme di problematiche aspecifiche.
Dalla dichiarazione di Kandersteg del 2007 si rileva che 200 milioni di bambini sono abusati dai loro compagni e questo la dice lunga sul fenomeno che si allarga a macchia d’olio. In ambito psicologico il primo passo per prendere coscienza del problema è la descrizione del fenomeno, un approccio superficiale ma necessario per evidenziarne gli aspetti più importanti. In seguito si passa ad uno stadio operativo quando la comunicazione consente di entrare in empatia con il soggetto problematico.
L’atto comunicativo non è unico perché le persone non sono tutte uguali, esso comunque deve rispondere ad alcuni requisiti, essere cioè essenziale, comprensibile, paritario.
Mediante la narrazione il sé e le identità si connettono e viene messo in atto quello che il filosofo francese Ricoeur chiama “l’agire comunicativo totale”in cui si stabiliscono le convergenze e si mette in atto la fase dell’agire concreto. Il racconto è fatto di memoria e ha i suoi ritmi anche molto lenti e non sempre lineari.
E’ importante dare rilievo al soggetto, colui che agisce, che compie l’azione del racconto e verso il quale occorre dimostrare empatia e senso di discernimento.
La modalità di persuasione ha come obiettivo ottenere modifiche comportamentali attivando un processo ad indirizzo morale (cosa è lecito o non lo è).
Gli interventi psicologici devono seguire tre linee di azione: pianificazione, organizzazione, controllo; definire cioè il problema, cercare le soluzioni e valutare gli esiti del processo.
Come ogni attività progettuale la valutazione è un momento fondamentale e indispensabile perché consente di monitorare l’efficacia degli interventi messi in atto. I conflitti sono sempre esistiti ma devono “ avere cittadinanza”, cioè appartenere ad un contesto ben definito in cui attivare le risorse e le competenze necessarie per la risoluzione del problema.
La buona prassi per la costruzione di interventi efficaci è racchiusa in queste tre parole: responsabilità, condivisione, azione.
La responsabilità consiste nel riconoscere ed accettare la realtà, individuare i meccanismi di difesa (scuse, giustificazioni) e rispondere facendosi carico delle proprie azioni.
La condivisione presuppone l’ascolto attivo e la comprensione, la ricerca di un linguaggio comune, la formulazione adeguata del proprio punto di vista, la visione positiva nel cercare modalità di mediazione al problema.
Per attivare gli interventi adeguati bisogna inoltre avere obiettivi chiari, adeguati e possibili, ricercare risorse interne ed esterne al contesto (coping e problem solving) e scegliere le forze da utilizzare ( self empowerment).
Sul piano didattico intervenire sui fenomeni di bullismo significa educare i giovani alla corresponsabilità e alla prosocialità.
Sappiamo che nell’85% dei casi il fenomeno ha degli spettatori e proprio il gruppo dei pari, nel 60% dei casi, può determinare la cessazione dell’atto bullistico in 10 secondi. Il fenomeno del bullismo mette in crisi il sistema complesso della scuola e in particolare la qualità della convivenza scolastica, lo sviluppo della cittadinanza, l’occasione autentica di accesso alla libertà.
Sul piano operativo l’istituzione scolastica prevede opportune strategie di intervento quali: l’impiego flessibile della programmazione didattica, le funzioni e l’organizzazione dell’insegnamento e la valutazione.
La pedagogia del curricolo sposta la sua attenzione verso gli obiettivi a lungo termine perché l’educazione più di qualsiasi altra attività esige che si guardi lontano.
Ridefinire i ruoli è fondamentale, gli insegnanti e i genitori devono essere “buoni quanto basta”( Bettelheim) incentivando gli stati affettivi collegati al consolidamento e alla differenziazione dell’apprendimento. Il percorso è lungo e non privo di difficoltà e non bisogna mai pensare di aver ottenuto tutto e il meglio. “ Tanto maggiore è la cultura professionale tanto più si spegne l’incubo della perfezione”( Winnicot).
» Postato da Laura Alberico-------------------------------------------------------------------------------------------

Gentile Annamaria,
ha fatto molto bene a chiedere aiuto alla scuola; è infatti necessario che scuola e famiglia agiscano insieme uniti.
Rinforzi positivamente suo figlio che le ha raccontato l’accaduto, perchè non sempre è semplice raccontare, spesso ci si vergogna; questo ci dice che ha fiducia in lei e nel suo aiuto.
Sarebbe importante che la scuola proponesse interventi sul gruppo classe contro fenomeni di bullismo e aggressività.
Dal canto suo tenga sotto controllo suo figlio, sollecitando il racconto,
rinforzandolo per il racconto spontaneo, e continuando a mantenere il canale aperto con la scuola.
Non esiti a contattarmi se ha bisogno.
dott.ssa Nicoletta Iurilli, January 22nd, 2010
sono una mamma di un bambino di 8 anni che è stato infastidito da una bambina di 9, con vari bigliettini, che richiedevano la presenza di mio figlio ad un certo appuntamento altrimenti non avrebbe più riavuto i suoi giocattoli, vinti ad una gara di tabelline. Ho avvisato le maestre. Avete dei consigli da darmi? Grazie e saluti
ANNAMARIA ARSICCIO, January 21st, 2010