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05. Feb '08    postato in Home, Bullismo

Minori - Carcere o comunità?

La Corte di Cassazione ha stabilito che è meglio il carcere della scuola per quattro giovanissimi  protagonisti di violenza sessuale di gruppo all’interno di un istituto  professionale della penisola.

Infatti per l’Alta Corte “ la permanenza in carcere dei giovanissimi non comporta interruzione dei processi educativi, poiché tali processi non erano in atto “.
In questa sentenza non c’è niente da cui discostarsi, non c’è niente di cui stupirsi, parrebbe tutto lineare e giusto.

Ma nonostante Giustizia sia stata fatta, qualcosa non collima con la Giustizia che paga i carnefici e ripaga le vittime innocenti.

Forse occorre porsi delle domande, non tanto per elargire comandi dialettici, quanto meno per tentare di evitare derive giurisdizionali che potrebbero apparire come risultanze sclerotizzanti.

Indipendentemente dal reato commesso, davvero odioso, miserabile, e infame, è l’equazione che somma la minore età a una associazione a delinquere, a non consentire una condivisione senza riserve.

L’analisi con cui si stabilisce il valore propedeutico ancorchè pedagogico del carcere rispetto all’ingresso in una comunità terapeutica e di servizio, è il frutto di una amara constatazione; le  agenzie educative sono fallimentari, meglio ancorarsi al sistema punitivo che toglie di mezzo il problema…………….per qualche tempo.

Sorprende l’esposizione concettuale illogica con cui si definisce la cella di una prigione una agenzia educativa di tutto rispetto al punto da ergerla ad autorevole sostituto educativo.

E’ fuor di dubbio che la galera con tutte le sue patologie endemiche che alimentano il maggior riproduttore di sottocultura, tutto può essere tranne che un riferimento educativo certo e autorevole.

I teppisti rimangono in carcere e non vengono tradotti in una comunità trattamentale con le prescrizioni del caso, onde poter frequentare la scuola, essendo gli stessi in età scolare, non per la loro pericolosità sociale, né per il timore di una reiterazione del reato, bensì perché i processi educativi non erano in atto, per cui non si vede la necessità di una alternativa alla misura restrittiva della libertà.

La deduzione che si ricava da questa affermazione è che non essendoci mai stata occasione di educazione, il carcere diventa tempio educativo per tutti coloro che mai hanno preso parte all’apprendimento di nozioni utili al raggiungimento di  valori consolidati.

Decisione condivisibile nella sua istanza punitiva e propositiva che tenta di assolvere a una assenza di strumenti educativi…..condivisibile se non fosse inficiata dall’inutilità sociale in cui è relegato il pianeta penitenziario italiano.

Un carcere che umilia, che destruttura senza preoccuparsi di ristrutturare, porterà  ad una delinquenza ancora più agguerrita, ad una insicurezza maggiore di quella vissuta nei nostri tempi.

Quando si tratta di minori, di ragazzi difficili, forse sarebbe il caso di investire veramente di più in quelle comunità che hanno costruito negli anni sul campo la loro credibilità, professionalità, progettualità e capacità di accompagnare l’altro in difficoltà. Quelle comunità-strutture che sono palestre di vita, e consentono una corretta applicazione della sanzione nella  ricostruzione di identità perdute o peggio mai individuate.

di Vincenzo Andraous
Tutor e Responsabile Centro Servizi Interni
Comunità Casa del Giovane Pavia

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