Tabù - dentro e fuori la famiglia

Quando si parla di educazione, di trasmissione culturale, di condivisione della norma sociale da parte di una cultura di riferimento, è necessario toccare la questione dei tabù e del ruolo che ricoprono nel linguaggio famigliare e sociale.
L’enciclopedia riporta come definizione di tabù la particolare condizione di persone, di luoghi, di tempi, di oggetti, verso i quali è necessario compiere o evitare determinati atti, che in tutti gli altri casi sarebbero vietati oppure permessi.
Si tratta cioè di un veto rispetto ad un certo gruppo di comportamenti; l’infrazione del tabù suscita avversione nella comunità ed è spesso sanzionata.
Attorno al tabù vi è un consenso condiviso da quella particolare cultura che proibisce le attività ad esso legate, prevedendo anche sanzionamenti con pene previste dalla legge, o quanto meno provocando imbarazzo, vergogna.
I tabù sono cultura-legati e hanno il potere di inibire anche il discorso intorno al tabù stesso, costringendo i conversanti a ricorrere ad eufemismi, o sinonimi.
Parlando di tabù all’interno della nostra cultura viene spontaneo riferirsi al sesso, alle zone genitali, al menarca..etc, etc.
Spesso, proprio perchè tabù condiviso, all’interno della famiglia è difficile instaurare un dialogo capace di sciogliere i nodi imposti dal tabù stesso e accompagnare i figli verso la maturazione biologica e psicologica che la crescita richiede.
E se nella famiglia si tace, nella società si esorcizza con sarcasmo, ironia, comicità, e provocazioni. Un esempio è il successo dei comici televisivi che spesso infrangono il tabù con i loro monologhi.
Il "non detto" viene allora appreso trasversalmente, il che produce spesso trasgressione, provocazione, estremizzazione.
Spesso siamo vittime di tabù antichi, datati, originatisi nella disputa del sacro vs profano, del ciò che è morale vs ciò che non lo è, sensa capacità di comprendere che non vi è un principio assoluto, ma solo condivisio, frutto di continua costruzione e ricostruzione culturale.
Un adolescente che non può trovare risposte in famiglia, sarà costretto a rivolgersi altrove, costruendo la sua identità non più quindi sul modello famigliare, ma spesso su quello gruppale.
I "non detti" mettono a rischio il processo di individuazione dell’adolescente e velocizzano il processo di separazione, esponendo il giovane ai rischi e alle dinamiche regolate dalla logica del branco.
Chiamare le cose con il loro nome significa spogliarle dall’alone di disapprovazione ed illecito di cui sono spesso vestite, e consente di formulare un dialogo oggettivo, costruttivo, concreto, che possa accompagnare una scoperta protetta, informata, monitorata.
Informare significa proteggere.
La scuola ad esempio, con l’insegnamento dell’educazione sessuale, e con i progetti di informazione e prevenzione sessuale, dimostra che parlare di sessualità non solo è possibile ma che riduce notevolmente la comparsa di condotte a rischio e comportamenti dimostrativi.
I numerosi spettatori che usufruiscono di programmi informativi tematici dimostrano quanto il tabù abbia reso difficoltosa l’informazione ed il dialogo intergenerazionale.
Gli stessi spettatori, così variegati per genere ed età, dimostrano che il tabù inibisce non solo i giovanissimi, ma anche gli adulti che quei giovani dovrebbero educare, che appaiono disinformati, e spesso aderenti a false credenze di tradizione popolare.
Nuovamente mi sento di promuovere un dialogo consapevole, dentro e fuori le mura famigliari.
» Postato da dott.ssa Nicoletta Iurilli-------------------------------------------------------------------------------------------
